Lo sviluppo edilizio a Messina nel periodo fascista

Dal primo ventennio del 1900, il centro della splendita città di Messina era saturo di baracche e di interventi di

edilizia privata per i ceti privilegiati, tanto da non consentire un’espansione ulteriore. Sono gli anni in cui

l’edilizia urbana è caratterizzata dalla costruzione di edilizia pubblica, localizzata nelle nuove zone di

espansione, lontano dalla città vecchia. Le aree sono localizzate lungo i torrenti, completamente isolate dal

centro urbano, su terreni espropriati a privati. Il ventennio fascista, si fa promotore di ingenti interventi per

accelerare la ricostruzione della città, secondo schemi preordinati di edilizia, distinguendo cioè i quartieri

per classe sociale di residenza; per esempio le zone a Nord erano predisposte per l’edilizia privata (delle

classi piè agiate), avendo ormai saturato il centro storico; così come le case economiche e quelle per

impiegati,edilizia privata nelle zone già sature; le case popolari furono allocate, come detto lungo i torrenti,

completamente decentrate rispetto al centro urbano. La ricostruzione di Messina, quindi, fino all’inizio del

secondo conflitto, fu eseguita in modo tale da tener separate le classi sociali, con differenze di vivibilità più

che evidenti, se si pensa che ancora nel 1936 le case degli operai non avevano, per buona parte acqua

potabile. L’accelerata edificatoria che aveva dato il regime e che doveva essere volano per le imprese locali,

per i commercianti di materiali e per i lavoratori tutti, fu invece solo un frantumarsi di popolazione,

suddivisa come in ghetti. Il programma di ricostruzione della città comunque continua con un divario

sempre più evidente tra i quartieri, alcuni dei quali avevano dei gravi problemi igienico sanitari, problemi

che si aggraveranno con i bombardamenti degli anni ’40. Il benessere che avrebbe dovuto derivare

dall’alacre attività edile, non solo non arrivò mai, ma impoverì molti. Il regime aveva standardizzato

tipologie di abitazioni e aveva determinato chi e come aveva gli incarichi di edificare, e questo impoverì

ulteriormente l’economia locale. L’edilizia del periodo fascista fu sempre a Messina, come altrove,

un’edilizia scarna, povera di contenuti e poco attraente; quella popolare era poi un vero e proprio orrore

estetico oltre che funzionale: poche le imprese che si arricchirono e sempre legate indissolubilmente al

regime di cui sposarono ideologia abitativa e costruttiva. Il risparmio sui materiali per le abitazioni popolari

era quasi un obbligo non scritto, così come il lusso esagerato lo era per le abitazioni dei più privilegiati; le

imprese non avevano grandi margini decisionali, erano dei semplici esecutori tenuti ad obbedire dalla mano

d’opera ai materiali da usare. Il risultato fu la creazione di quartieri sempre peggiori, che con il tempo

furono completamente abbandonati a se stessi e che peggiorarono anche dopo la fine del regione.

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